La comunità Open Source come comunità aperta:
l’analogia con la comunità scientifica.
Luisa Bortolotti & Paolo Rauzi

Relazione tenuta al Convegno “AICA Libre”
a Milano il 20-12-2001

Presentazione. Nel corso del presente intervento intendo approfondire una analogia, quella tra metodo scientifico e metodo di sviluppo Open Source. L’analogia è originale ed interessante e può essere di aiuto nel far comprendere la natura del software Open Source anche a chi, come la sottoscritta, non si è mai occupata di programmazione software e usa abitualmente gli strumenti informatici solo ad un livello elementare.

Per comprendere il senso dell'analogia è opportuno riferire del contesto in cui è nata l’idea di questo intervento. Nel corso del dibattito che ha concluso l’intervento di Roberto Di Cosmo al convegno di Trento è stata fatta questa osservazione: quale valore aggiunto può dare il possesso del codice sorgente ad un utente non specialista? Dato che la maggior parte degli utenti non possiede le competenze specialistiche necessarie a leggere o modificare il sorgente di un programma, per essi il possesso e l’uso di un programma Open Source non è di particolare utilità, ed equivale in tutto e per tutto all’uso di un programma non open di cui sia disponibile solo l’eseguibile.

A questa obiezione ha risposto Roberto Di Cosmo, il relatore principale del convegno, con una interessante analogia tra il software e la teoria scientifica. Anche molte teorie scientifiche sono di difficile verifica sperimentale, tanto è vero che solo pochi specialisti hanno i mezzi per ripetere le esperienze che ne rappresentano la base sperimentale. Nonostante ciò la comunità scientifica nel suo complesso rappresenta una garanzia sulla controllabilità delle asserzioni contenute nelle teorie scientifiche. Quindi se è vero che l’analisi del codice sorgente di un programma alla ricerca delle cause di un malfunzionamento o di un possibile miglioramento è una attività alla portata di pochi specialisti, ciò non deve indurre nell’errore di sottovalutare l’importanza della pubblica disponibilità del sorgente. Infatti anche se pochi sono gli specialisti che sanno effettivamente scrivere e controllare software, su scala mondiale si tratta di un gruppo che è assai consistente. Grazie alla presenza di un potente strumento di comunicazione come Internet, lo scambio di informazioni si è talmente sviluppato da creare una comunità internazionale di programmatori che ha dinamiche non dissimili da quelle della comunità scientifica.

Il metodo scientifico è un metodo aperto? - Fin qui l’analogia. Per approfondirla mi sono proposta di analizzare in che senso la comunità scientifica può avere analogie con la comunità degli sviluppatori Open Source. La descrizione delle modalità di funzionamento del metodo scientifico è una questione di cui si sono occupati nel corso del tempo moltissimi pensatori, dagli stessi scienziati a filosofi della scienza e sociologi. Per poter apprezzare il loro contributo è necessario tenere conto che soprattutto nel caso della sociologia della scienza il modello di spiegazione del funzionamento della comunità scientifica volta per volta proposto va inteso come “tipo ideale” a cui i singoli casi di comunità scientifica storicamente dati possono essere confrontati. Va detto inoltre che spesso gli scopi delle trattazioni sul metodo scientifico sono stati storicamente determinati da vivaci polemiche nate nel contesto in cui esse si sviluppavano. Ad esempio la più antica esposizione del metodo scientifico moderno, che risale a Galileo, nacque per contrastare il metodo filosofico allora imperante contrapponendo al principio di autorità il ricorso all’esperienza. Ma anche i recenti sviluppi del dibattito teorico sulla natura della scienza sono nati da forti polemiche che hanno contrapposto i sostenitori di un più tradizionale approccio realistico ai sostenitori di una supposta relatività della scienza. Queste polemiche hanno in fondo obiettivi simili: per alcuni quello di mantenere la scienza un gradino al di sopra delle altre discipline, per altri farla scendere da un gradino ritenuto troppo elevato. Ma in questo dibattito talvolta molto accesso (si veda a questo proposito il caso della cosiddetta “beffa di Sokal”1) una assunzione rimane valida per tutti, ed è quella che ci interessa per il tema che stiamo analizzando. La comunità scientifica viene considerata aperta per definizione, nel senso che le conclusioni a cui pervengono gli scienziati devono essere per loro natura riproducibili da chiunque abbia le competenze necessarie per rifare gli esperimenti da cui sono state tratte. Le teorie scientifiche sono tali solo se possono essere sottoposte alla prova di chiunque sia interessato a farlo. Una teoria scientifica che pretendesse di essere accolta senza precisare le modalità con cui è stata provata sperimentalmente in modo da rendere possibile la ripetizione delle esperienze da parte degli altri membri della comunità scientifica, cesserebbe di esser tale, e finirebbe per appellarsi al principio di autorità allo stesso modo degli avversari di Galileo.

Popper sul carattere pubblico della scienza - Questo punto di vista è bene espresso da Karl Popper in La società aperta e i suoi nemici2. Sostenendo il "carattere pubblico del metodo scientifico", Karl Popper afferma che anche se Robinson Crusoe fosse riuscito a costituire e a descrivere sistemi scientifici che effettivamente coincidono con i risultati oggi accettati dai nostri scienziati, questa di Crusoe non sarebbe una vera scienza, ma una specie di "scienza rivelata", del tutto simile a quella di un chiaroveggente che "vedesse" nella sua mente un libro scientifico e lo descrivesse. Alle opere di Crusoe mancherebbe infatti quel carattere pubblico, cioè il loro esser sottoposte alla libera discussione da parte dei competenti, il carattere intersoggettivo, l'esperienza pubblica che consente ad altri ricercatori di ripetere le procedure che hanno condotto a certe conclusioni, senza di cui non esiste scienza, ma solo esperienza "privata", mistica, religiosa, estetica. L’obiettività scientifica “non risulta dagli sforzi che compie un singolo scienziato per essere "obbiettivo", ma dalla cooperazione di molti scienziati”, “non è un prodotto dell'imparzialità del singolo scienziato, ma un prodotto del carattere sociale o pubblico del metodo scientifico”. L’obiettività della scienza dipende dal riconoscimento pubblico del valore della conoscenza scientifica.

Nel modello di interpretazione del metodo scientifico di Popper ci sono due punti chiave che si riallacciano direttamente al carattere pubblico della scienza. Il primo è il tentativo di risposta alla domanda "come posso sapere se una teoria è scientifica?". La risposta di Popper è semplice: va verificato se dalla teoria in questione si possono estrarre asserti che possono essere falsificati (o meglio, pubblicamente falsificati), solo in questo caso si tratterà di una teoria scientifica. Il secondo punto deriva dal primo, ed è un tentativo di spiegazione della natura del progresso scientifico. Lo sviluppo della scienza nasce dalla falsificazione delle teorie scientifiche, man a mano che queste vengono falsificate se ne costruiscono di migliori.

Nel modello di sviluppo del software Open Source non è difficile individuare uno schema analogo: la scoperta degli errori è resa possibile dalla disponibilità del codice sorgente, e dalla scoperta degli errori nascono i miglioramenti degli algoritmi, proprio come per Popper dalla falsificazione delle teorie nasce il progresso della scienza.

Il metodo di lavoro alla base del software non-Open è invece basato sulla segretezza del codice sorgente (per lo stesso motivo per cui la "ricetta" della Coca Cola rimane segreta). Gli algoritmi del codice sorgente sono considerati una proprietà del produttore del software e non vengono svelati per evitare imitazioni da parte dei concorrenti. Per questa ragione la scoperta degli errori avviene esclusivamente all'interno dell'azienda produttrice, con modalità che al crescere delle dimensioni della struttura aziendale diventano sempre più burocratizzate e conseguentemente difficoltose. Al contrario il software Open Source nasce in un ambiente totalmente diverso, che non a caso viene definito "comunità degli sviluppatori" con un chiaro riferimento alla comunità scientifica. Si tratta di persone che collaborano liberamente senza essere inquadrate in una organizzazione produttiva. Il vantaggio che "gli sviluppatori" traggono dalle loro scoperte è solo indirettamente economico. Ciò che conta è l'attribuzione del merito delle loro "scoperte" e, paradossalmente, ciò è possibile solo con una strategia che è l'esatto opposto del metodo del segreto industriale: nessuno può essere considerato lo scopritore di qualcosa se non lo rende pubblico, ed è proprio rendendo al più presto pubblico questo qualcosa che si assicura di non essere preceduto da altri.

Le regole istituzionali della comunità scientifica - Il capostipite degli studi sulle comunità scientifiche è il sociologo americano Robert Merton. Nella sua opera a partire dal 1973 Merton3 ha analizzato le regole istituzionali della comunità scientifica, regole che possiamo definire come le leggi non scritte che rendono possibile l’esistenza della comunità e della stessa conoscenza scientifica. Le quattro leggi non scritte di Merton costituiscono la struttura istituzionale della comunità scientifica. Ad una attenta analisi si scopre che esse sono applicabili senza particolare sforzo anche alla comunità Open Source. Infatti “universalismo”, “partecipazione comunitaria”, “scetticismo organizzato” e ”mancanza di interessi” - nel senso in cui questi termini assumono nell’opera di Merton - possono probabilmente essere presi come base di partenza anche di una analisi sociologica della comunità Open Source. Questa identità strutturale è certamente una conferma dell’ipotesi che vi siano forti analogie tra metodo scientifico e metodo Open Source.

Una descrizione più recente del metodo di lavoro degli scienziati è stata fatta dell’antropologia della scienza. In questo campo è interessante il contributo di un antropologo francese, Bruno Latour, che ha studiato il lavoro degli scienziati da un punto di vista puramente “etnologico” descrivendo ciò che materialmente essi fanno quando sviluppano le teorie che in seguito vengono accolte dalla comunità scientifica. Latour si colloca nel solco della scuola della sociologia della scienza che vuole sostenere la relatività della conoscenza scientifica (che sarebbe solo un “prodotto sociale” alla stregua delle altre credenze delle comunità umane). La sua interpretazione per certi versi paradossale della “socialità” del processo di costruzione della scienza è interessante perché porta alle estreme conseguenze il concetto di pubblicità della scienza già visto in Popper. Nello studio La scienza in azione5 Latour offre una descrizione con metodo etnologico delle modalità con cui la conoscenza scientifica viene comunicata attraverso gli articoli scientifici e del modo come i contenuti degli stessi articoli scientifici vengono ottenuti e verificati nell’ambito dei laboratori scientifici. Latour mostra come, dal punto di vista di un osservatore esterno, la scientificità di un articolo finisca per dipendere dal gran numero di risorse mobilitate a sostegno della tesi. Queste risorse vanno dalla semplice citazione di un altro articolo, alla introduzione di tabelle e grafici con i dati raccolti nelle esperienze di laboratorio (che spesso sono il risultato del lavoro di altri scienziati diversi dall’autore e per questo aumentano la credibilità delle tesi sostenute). In sintesi secondo Latour lo scienziato non si sottopone all’esame della comunità scientifica da solo, ma cerca di avere al suo fianco il maggior numero possibile di alleati, cioè di altri scienziati che confermano direttamente o indirettamente vari elementi a supporto della tesi in discussione. La natura sociale della scienza insomma, sta nell’enorme numero di elementi che fanno riferimento diretto o indiretto al lavoro di altre persone diverse dal singolo scienziato e contribuiscono al sostegno del suo lavoro.

Per quanto riguarda l’argomento che ci interessa, cioè il confronto con il metodo di sviluppo Open Source, possiamo dire che anche la descrizione etnologica di Latour getta luce sull’analogia tra il metodo scientifico e il metodo Open Source. Nell’uno caso come nell’altro siamo in presenza di un processo sociale, cioè di un lavoro che coinvolge la collaborazione di un gran numero di soggetti. Anzi nello schema proposto da Latour il lavoro di un ricercatore scientifico ottiene una patente di scientificità solo moltiplicando a dismisura la sua socialità, cioè mobilitando un gran numero di sostenitori. Rispetto all’analogia tra metodo scientifico e Open Source nel caso dell’Open Source i sostenitori non vengono chiamati semplicemente a sostenere la validità di una tesi, ma a collaborare fattivamente allo sviluppo del progetto; secondo l’approccio etnologico di Latour la socialità dell’Open Source è ancora più spinta.

L’Open Source è una parte della scienza. - Ma sul tema della paragonabilità tra scienza e Open Source un antropologo americano della Rice University di Houston, Christopher M. Kelty, in un suo recente articolo disponibile su Internet si spinge oltre. Il Free Software e il metodo Open Source sono paragonabili alla scienza per il semplice fatto che in realtà, dal punto di vista della comunità istituzionale di riferimento, sono semplicemente una parte della scienza stessa:


“Se noi ci chiediamo dove il free software si è sviluppato nel periodo dal 1984 ai giorni nostri, allora la risposta è: come parte delle istituzioni scientifiche. Dall’ufficio di Stalmann all’MIT alle esercitazioni universitarie di Torvalds in Finlandia, possiamo vedere comei partecipanti all’impresa del free software sono presi in modo preponderante dalle università e dai laboratori di ricerca. Inoltre i finanziamenti che sostengono molti progetti (in molti casi indirettamente) vengono da note istituzioni scientifiche.” 4


Nell’articolo citato dopo aver preso l’avvio da questa considerazione Kelty analizza in modo approfondito l’evoluzione avvenuta negli ultimi decenni nella comunità scientifica in seguito alla espansione dell’area di applicazione delle normative legali sulla proprietà intellettuale. A questa espansione di limitazioni alla regola cardine della “pubblicità” e “apertura” della scienza si è accompagnato lo sviluppo di Internet che ha fornito una potente infrastruttura a sostegno della tradizione della scienza aperta. Kelty individua nel concetto di reputazione (che è stato in passato diffusamente analizzato dalla cosiddetta “economia del dono”) la chiave per comprendere sia il free software che la scienza contemporanea. In parole povere si può avere tornaconto economico dalla scienza “libera” e dal software “libero” anche senza imporre limiti legali allo sfruttamento delle conoscenze con i brevetti perché sia la reputazione che il denaro sono solo mezzi fungibili per stabilire reti di reciproche obbligazioni e dallo sfruttamento della reputazione si può quindi guadagnare denaro senza necessariamente imporre limitazioni legali allo sfruttamento delle conoscenze.

Elementi di chiusura – Quindi i possibili collegamenti tra metodo Open Source e scienza non si fermano alle questioni di metodo in senso stretto. A questo proposito recentemente un gruppo internazionale di scienziati ha fatto circolare una lettera aperta con cui invitava gli editori di tutte le riviste scientifiche a rendere accessibili su Internet tutti gli articoli dopo sei mesi dalla loro pubblicazione. Ad aprile 2001 circa 15817 scienziati e ricercatori delle discipline connesse con la biologia (tra cui diversi premi Nobel) hanno sottoscritto la lettera che per dare maggiore forza alla sua richiesta invita i sottoscrittori a pubblicare solo sulle riviste che aderiranno all’invito, dando vita alla minaccia di un vero e proprio boicottaggio. Va ricordato che generalmente quando gli scienziati inviano articoli per la pubblicazione, non ricevono compensi anzi qualche volta addirittura devono pagare per la pubblicazione e perdono i diritti di copyright sul testo. I laboratori e le università inoltre pagano costosi abbonamenti alle riviste per leggere gli articoli scritti dai loro stessi ricercatori. Insomma dietro questo episodio c’è una controversia che oppone da un lato gli editori delle riviste scientifiche che ottengono ricavi considerevoli dalla distribuzione delle riviste (e dei numeri arretrati delle stesse) e dall’altro i ricercatori che avrebbero un forte interesse a poter consultare on line con metodi di ricerca automatica full text l’intero corpo aggiornato delle pubblicazioni sugli argomenti scientifici di interesse, in modo da poter rendere più efficace il loro lavoro e non dover passare lungo tempo a consultare gli indici cartacei delle riviste. L’iniziativa per la Biblioteca Pubblica delle Scienza si spinge poi oltre perché ritiene che la pubblicazione degli articoli scientifici sui singoli siti Internet delle riviste sarebbe insufficiente; in prospettiva si tratterebbe di arrivare ad un unico sito sotto l’egida di una organizzazione pubblica in cui gli articoli dovrebbero essere raccolti e catalogati in un formato standardizzato.

Questo episodio è significativo rispetto al tema scienza e Open Source perché evidenzia come anche nella comunità scientifica - che pure rappresenta il “tipo ideale” a cui si è fatto riferimento per spiegare l’importanza dell’apertura e della pubblicità delle conoscenze - permangono comunque elementi residuali di quello potemmo definire come metodo chiuso. E anche nel caso della scienza come nel caso del software le resistenze alla piena apertura dell’accesso alle conoscenze derivano dalla necessità per taluni soggetti di mantenere una garanzia sul diritto di sfruttare nel tempo i benefici economici ottenibili dal possesso delle informazioni sulle conoscenze. Qui il tema si intreccia con quello di grande rilevanza della tutela legale del diritto di copyright che verrà approfondito in questo convegno. Ai fini dell’argomento che ci interessa va comunque sottolineato come in questo come in altri casi la presenza di ostacoli alla libera circolazione delle informazioni, indipendentemente dalla funzione che svolge (che non necessariamente il puro e semplice tornaconto economico, si veda a questo proposito la posizione assunta nella controversia dalla rivista Science) appare alla comunità degli scienziati di tutto il mondo come un evidente ostacolo alla ricerca scientifica. Tanto è vero che la petizione per la rimozione dell’ostacolo in questione (rappresentato dalla refrattarietà degli editori a rendere accessibile gratuitamente i contenuti delle riviste) ha avuto un numero molto rilevante di sottoscrittori. Questo conferma ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, che il metodo aperto della pubblicità della conoscenza è una caratteristica essenziale della conoscenza scientifica, dove questo metodo trova ostacoli la comunità scientifica si mobilita per rimuoverli.

L’iniziativa Open Science – Infine merita una citazione una iniziativa denominata Open Science, raggiungibile al sito Internet www.openscience.org. Si tratta di un gruppo di scienziati che muovendo dalla constatazione che la scienza moderna si basa in misura sempre più larga su simulazioni al computer, su modelli computazionali, e su analisi computazionale di grandi insiemi di dati, invita la comunità scientifica a muoversi per pretendere che i software utilizzati per simulare sistemi complessi vengano resi disponibili nel formato sorgente. I motivi sono connessi con l’applicazione del principio del carattere pubblico della scienza. Le teorie che vengono sviluppate con metodi di simulazione al computer sono basate su assunzioni verificabili in linea di principio; ma la verificabilità pratica delle assunzioni è garantita solo nel caso dei sistemi più semplici. Per i sistemi più complessi invece la verificabilità pratica dei calcoli non è possibile senza avere il libero accesso al codice sorgente del software utilizzato. In altri termini in questo caso siamo di fronte alla diretta applicazione del principio della “sorgente aperta del software” come condizione necessaria per garantire il rispetto da parte di un settore importante della comunità scientifica del principio di pubblica verificabilità della scienza che abbiamo preso come parametro iniziale per questa analisi del metodo Open Source. Il che rende ancora più evidente la stretta vicinanza tra i due metodi.


  1. Gabriele Lolli, Beffe, scienziati e stregoni, Il Mulino, Bologna 1998

  2. Karl Popper, La società aperta e i suoi nemici, trad.it., Armando, Roma 1975,vol. II, pagg. 287-88

  3. Robert Merton, The Sociology of Science, Chicago 1973

  4. Christopher M. Kelty, Free Software/Free Science, First Monday, volume 6, number 12, December 2001, http://firstmonday.org/issues/issue6_12/kelty/index.html

  5. Bruno Latour, La scienza in azione, Edizioni di Comunità, Torino 1998